Neutralità svizzera e reti transatlantiche: chi orienta la politica estera?
Il netto rifiuto dell’iniziativa «Salvaguardare la neutralità svizzera», respinta il 27 settembre 2026 dal 70,1% dei votanti e da tutti i Cantoni, potrebbe essere letto semplicemente come una chiara scelta popolare. Un’inchiesta pubblicata da L’Impertinent propone però di allargare lo sguardo: non tanto per contestare il risultato delle urne, quanto per interrogarsi su ciò che, prima del voto, contribuisce a formare il quadro nel quale la politica estera e di sicurezza della Svizzera viene discussa.
Il punto di partenza dell’inchiesta è una domanda: chi contribuisce a plasmare, lontano dalle urne, gli orientamenti della politica estera svizzera? Seguendo la pista dei finanziamenti, il media indipendente arriva a Washington e in particolare all’Atlantic Council, think tank nato nel 1961 nell’ambiente delle organizzazioni di sostegno all’Alleanza atlantica e che oggi si presenta come un importante centro di analisi e influenza nel campo della politica internazionale e della sicurezza.
L’elemento più interessante per la Svizzera riguarda i suoi finanziatori. Secondo le liste dei donatori analizzate dall’inchiesta, tra questi figura in diversi anni anche il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE). Le fasce pubblicate dall’Atlantic Council indicano contributi del DFAE compresi tra 10’000 e 24’999 dollari nel 2019, tra 25’000 e 49’999 nel 2020 e tra 50’000 e 99’999 dollari nel 2024 e nel 2025. Considerando soltanto il minimo di ciascuna fascia, si arriva ad almeno 135’000 dollari. Nel 2020 compare inoltre separatamente anche l’Ambasciata svizzera a Washington.
L’inchiesta sottolinea tuttavia un punto essenziale: dalle liste dei finanziatori non è possibile sapere a quali progetti concreti siano stati destinati questi versamenti. Il giornale afferma di non avere trovato, nei documenti consultati, una spiegazione che permetta di collegare con precisione gli importi versati dal DFAE a determinate attività dell’Atlantic Council. È proprio questa mancanza di trasparenza sulla destinazione concreta del denaro pubblico a sollevare una questione legittima: per quali obiettivi la Confederazione finanzia un think tank statunitense così inserito nel dibattito transatlantico sulla sicurezza?
Il DFAE, peraltro, non sarebbe un caso isolato. L’inchiesta rileva che la Svizzera finanzia anche altri centri di ricerca e think tank all’estero e cita, sulla base dei dati raccolti dal Quincy Institute, almeno 958’000 dollari versati a think tank statunitensi tra il 2019 e il 2024. Il tema non riguarda dunque soltanto un singolo contributo, ma più in generale i criteri con cui la Confederazione sostiene finanziariamente organizzazioni private straniere attive nel campo della politica estera e della sicurezza.
Accanto ai fondi pubblici compaiono importanti interessi economici svizzeri. Tra il 2015 e il 2025, secondo i calcoli dell’inchiesta, undici gruppi svizzeri avrebbero versato complessivamente almeno 5,95 milioni di dollari all’Atlantic Council. Il maggiore contributore sarebbe SICPA, impresa vodese specializzata nelle tecnologie di sicurezza, con un minimo cumulato superiore a 4,1 milioni di dollari. Nel 2025 tra i finanziatori figuravano inoltre Roche, Glencore, Zurich Insurance, Mercuria, MET e UBS.
Queste relazioni non costituiscono, da sole, la prova di un coordinamento politico. L’inchiesta stessa è prudente su questo punto. Mostrano però l’esistenza di una rete nella quale istituzioni pubbliche, grandi imprese, centri di ricerca e organizzazioni attive nel campo della sicurezza internazionale si incontrano e finanziano le medesime strutture. L’Atlantic Council riceve infatti fondi non soltanto da governi e aziende, ma anche da organismi legati alla NATO e da importanti imprese dell’industria della difesa.
L’Impertinent mette questa rete in relazione con un’altra tesi, molto più forte, sostenuta dal sociologo Rafael Lutz nel libro Das NATO-Netzwerk in der Schweiz. Lutz descrive una presenza capillare di ambienti favorevoli all’avvicinamento alla NATO all’interno delle istituzioni svizzere. Il media precisa che questa interpretazione può essere discussa, ma considera significativi alcuni dei fatti raccolti: i rapporti tra il Dipartimento della difesa e il Center for Security Studies del Politecnico federale di Zurigo, i finanziamenti statunitensi a progetti dell’ETH, i contributi pubblici a Foraus e i rapporti della Svizzera con l’industria internazionale della difesa.
Non vi sarebbe alcuna prova che l’Atlantic Council abbia avuto un ruolo diretto nella campagna contro l’iniziativa sulla neutralità. E il finanziamento di 1,2 milioni di franchi versato da economiesuisse alla campagna del «no» non può essere attribuito automaticamente alle singole imprese che compaiono anche tra i finanziatori dell’Atlantic Council.
Anzi, il risultato della votazione mostra quanto sarebbe semplicistico attribuire l’esito al denaro. I sostenitori dell’iniziativa disponevano di un budget dichiarato nettamente superiore a quello degli oppositori: 5,71 milioni di franchi contro 1,82 milioni. Eppure l’iniziativa ha ottenuto soltanto il 29,9% circa dei voti. Per L’Impertinent, quindi, il denaro può amplificare un messaggio, ma non determina da solo il comportamento degli elettori.
Per spiegare la forza del «no», l’inchiesta individua cinque meccanismi. Il primo è strutturale: le iniziative popolari tendono spesso a perdere consensi con l’avvicinarsi del voto, quando l’attenzione si sposta dal problema denunciato alle possibili debolezze della soluzione proposta. Il secondo riguarda la natura stessa dell’iniziativa costituzionale: un elettore può condividere l’obiettivo politico ma non voler iscrivere nella Costituzione la soluzione proposta. Il terzo è la doppia maggioranza di popolo e Cantoni richiesta per modificare la Costituzione.
Il quarto elemento è appunto il ruolo del denaro, importante ma non decisivo. Il quinto riguarda i media e il peso delle istituzioni nel definire il dibattito pubblico. Citando uno studio del centro di ricerca fög dell’Università di Zurigo su 44 votazioni tra il 2018 e il 2023, l’inchiesta osserva che i progetti sostenuti dalle autorità tendono a ricevere una copertura più favorevole rispetto alle iniziative popolari. Quando Consiglio federale, Parlamento, gran parte dei partiti e delle associazioni si oppongono a un testo, questo squilibrio politico si riflette inevitabilmente anche nel dibattito mediatico.
Da qui emerge la vera tesi dell’articolo. Non sarebbe una singola persona, un’impresa o un’organizzazione a «decidere» al posto degli elettori. Il potere risiederebbe piuttosto in quella che L’Impertinent definisce un’«architettura»: istituzioni che inquadrano il dibattito, meccanismi costituzionali che rendono difficile modificare lo status quo, risorse finanziarie che amplificano determinate posizioni e media che riflettono in larga misura gli orientamenti delle istituzioni e delle principali forze politiche.
Il risultato sarebbe una sorta di pendenza naturale verso lo status quo. Ciò non significa che le iniziative siano destinate necessariamente a fallire: l’articolo ricorda, per esempio, l’approvazione della tredicesima rendita AVS. Quando un problema viene percepito direttamente e con forza dalla popolazione, questa dinamica può essere superata. La neutralità, secondo gli interlocutori citati nell’inchiesta, sarebbe invece stata percepita come una questione più lontana dalla quotidianità rispetto a temi come i costi della salute, gli alloggi o il potere d’acquisto.
È a questo punto che i finanziamenti tornano ad assumere significato. Non perché dimostrino come sia stato ottenuto il risultato del 27 settembre, ma perché, secondo l’inchiesta, indicano dove si colloca una parte importante del consenso istituzionale ed economico in materia di politica estera e di sicurezza. Il DFAE finanzia un think tank fortemente inserito nell’ambiente transatlantico; alcune importanti imprese svizzere finanziano la stessa organizzazione; e parallelamente la politica di sicurezza svizzera ha intensificato negli ultimi anni la cooperazione con strutture euro-atlantiche.
La distinzione è fondamentale. Dai flussi finanziari non si può dedurre automaticamente che l’Atlantic Council influenzi le decisioni del DFAE, né tantomeno che abbia influenzato la votazione sulla neutralità. L’inchiesta non fornisce prove sufficienti per sostenere una simile causalità. Ciò che documenta è invece una serie di relazioni e sovrapposizioni che sollevano interrogativi sulla trasparenza, sull’utilizzo del denaro pubblico e sulla pluralità degli interlocutori scelti dalla Confederazione nel campo della politica estera e della sicurezza.
La conclusione dell’inchiesta assume quindi una dimensione più ampia. Rafael Lutz teme che il netto rifiuto dell’iniziativa possa essere interpretato politicamente non soltanto come il rifiuto di quello specifico testo costituzionale, ma come un mandato popolare a proseguire il riavvicinamento all’Unione europea e alla NATO. Si tratta di una previsione attribuita a Lutz, non di un fatto dimostrato dall’inchiesta.
Rimane infine la domanda con cui L’Impertinent chiude il proprio lavoro: se la democrazia diretta possiede meccanismi che tendono strutturalmente a riportare il sistema verso il punto di partenza, il popolo dispone realmente del potere di modificare l’orientamento politico oppure viene più spesso chiamato a confermare un consenso già consolidato? È una domanda volutamente provocatoria, alla quale l’inchiesta non offre una risposta definitiva.
Un punto, tuttavia, emerge con chiarezza: quando sono coinvolti fondi pubblici, la trasparenza non dovrebbe dipendere da un’inchiesta giornalistica. Sapere quanto il DFAE versi a organizzazioni come l’Atlantic Council, sulla base di quali criteri, per quali progetti e con quali risultati non significa sostenere che tali finanziamenti siano illegittimi. Significa chiedere che le scelte di politica estera finanziate dai contribuenti possano essere conosciute, comprese e discusse pubblicamente. Ed è forse proprio questo l’interrogativo più concreto lasciato aperto dall’inchiesta.
Fonte principale
Amèle Debey, «Non à l’initiative sur la neutralité: la piste de l’argent suisse à Washington», L’Impertinent, ottobre 2026.
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