Bhattacharya smonta la gestione della pandemia: “Premesse scientifiche errate”

L’audizione del professor Jay Bhattacharya, epidemiologo della Stanford University e attuale direttore del National Institutes of Health (NIH), davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta italiana sulla gestione della pandemia Covid-19 — istituita per analizzare le misure adottate nella prima fase dell’emergenza sanitaria e valutarne efficacia e impatti — offre una lettura fortemente critica della gestione della crisi, fondata su un punto centrale: molte delle politiche adottate si basavano su presupposti scientifici fragili o errati.

Secondo Bhattacharya, uno degli errori più rilevanti riguarda i green pass e, più in generale, l’impostazione delle campagne vaccinali. Queste politiche si fondavano sull’idea che il vaccino fosse in grado di bloccare la trasmissione del virus, ma tale presupposto non era corretto. Già dalla primavera/estate del 2021 risultava infatti evidente che anche i vaccinati potevano infettarsi e trasmettere il virus, e che la protezione contro l’infezione diminuiva nel tempo.

Un altro elemento centrale della sua analisi riguarda l’immunità naturale. I dati disponibili mostravano che le persone guarite sviluppavano una protezione significativa e spesso più duratura rispetto a quelle vaccinate. Nonostante ciò, questa evidenza è stata in larga parte ignorata nelle politiche pubbliche, probabilmente per ragioni di natura operativa e politica legate alla gestione uniforme delle misure sanitarie.

Bhattacharya ha inoltre espresso una valutazione fortemente critica sull’efficacia dei lockdown. A suo giudizio, i paesi che hanno adottato restrizioni più severe non hanno ottenuto risultati migliori in termini di mortalità. Al contrario, tali misure hanno prodotto effetti economici e sociali rilevanti: impoverimento della popolazione, ritardi nelle cure mediche, aumento dei disturbi psicologici e riduzione dell’attività fisica. Questi fattori, nel lungo periodo, hanno contribuito a un peggioramento complessivo della salute.

Particolare attenzione è stata dedicata anche agli effetti globali delle restrizioni. Nei paesi più poveri, ha osservato, i lockdown hanno avuto conseguenze particolarmente gravi, contribuendo ad aumentare l’insicurezza alimentare e la mortalità legata alla fame. Già nel 2020, stime del Programma Alimentare Mondiale indicavano il rischio di un significativo incremento delle morti infantili per cause legate alla malnutrizione.

Nel corso dell’audizione, Bhattacharya ha inoltre formulato una valutazione critica sul ruolo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Pur riconoscendone l’importanza nel coordinamento sanitario globale, ha sostenuto che durante la pandemia l’OMS ha, in alcuni casi, ignorato evidenze scientifiche rilevanti, sopravvalutando l’efficacia dei lockdown e del vaccino nel contenere la diffusione del virus, contribuendo così a orientare decisioni ritenute problematiche.

Infine, il professore ha sottolineato come la gestione della pandemia sia stata caratterizzata da una limitata apertura al dibattito scientifico. A suo avviso, la marginalizzazione di posizioni critiche ha impedito un confronto pieno e tempestivo, riducendo la possibilità di correggere errori in corso d’opera e contribuendo, di conseguenza, a generare effetti negativi che avrebbero potuto essere almeno in parte evitati.

Nel complesso, emerge una critica di carattere sistemico: la gestione della pandemia non sarebbe stata guidata esclusivamente dai dati scientifici, ma anche da dinamiche politiche e istituzionali che hanno privilegiato soluzioni uniformi, talvolta in contrasto con le evidenze disponibili.

Alla luce di queste riflessioni, una domanda si impone anche per il nostro Paese: a quando una ricostruzione seria, indipendente e approfondita della gestione pandemica in Svizzera? È urgente avviarla, prima che venga messa in vigore la modifica della legge sulle epidemie, affinché eventuali errori del passato non vengano cristallizzati nelle scelte future.

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