Dal cane da guardia al cane da salotto: quando i media smettono di fare domande
Il ruolo dei media dovrebbe essere chiaro: controllare il potere, metterlo sotto pressione, fare le domande che nessuno vuole sentirsi fare. In teoria sono il “cane da guardia” della democrazia. In pratica, sempre più spesso, sembrano essersi trasformati in qualcosa di molto diverso: un cane da salotto del potere, ben addestrato a non disturbare.
Il problema non è tanto la censura esplicita — quella appartiene ai regimi apertamente autoritari — quanto l’allineamento. Una narrazione nasce nei centri decisionali — politici, istituzionali, economici — e i media la riprendono quasi all’unisono. Cambiano le testate, ma non cambia il messaggio. Stesse parole, stessi frame, stessi limiti. Non serve imporre il silenzio quando tutti dicono già le stesse cose.
Il vero banco di prova è sempre lo stesso: cosa succede a chi esce dal coro? Un caso emblematico è quello di Milosz Matuschek, ex collaboratore della Neue Zürcher Zeitung. Nel 2020 pubblicò un articolo dal titolo provocatorio: “E se alla fine i ‘covidioti’ avessero ragione?” Un titolo volutamente scomodo, che non affermava una verità, ma poneva una domanda. Eppure, proprio quel gesto — fare una domanda fuori dal perimetro accettato — è bastato a segnare la fine della sua collaborazione con il quotidiano zurighese.
Al di là delle spiegazioni ufficiali, il messaggio che passa è inequivocabile: alcune domande è meglio non farle. E quando questo messaggio circola tra i giornalisti, non serve più censurare. Basta l’autocensura. Molto più efficace, molto più silenziosa.
In questo modo i media smettono di essere uno spazio di confronto e diventano un filtro. Non solo stabiliscono cosa è vero o falso, ma quali domande sono legittime e quali no. E ciò che resta fuori da quel perimetro, semplicemente scompare dal dibattito pubblico.
È esattamente il meccanismo descritto da Mathias Desmet, autore di La psicologia del totalitarismo. Il totalitarismo moderno, sostiene, non nasce solo dalla repressione, ma da un processo più sottile, ovvero quando una narrazione dominante si impone e il dissenso viene progressivamente isolato, ridicolizzato o reso socialmente inaccettabile. Il punto di rottura non è quando viene imposta una verità, ma quando la critica smette di essere davvero possibile.
E qui i media giocano un ruolo decisivo. Perché sono loro a definire i confini del dicibile. Se quei confini si restringono, anche senza ordini espliciti, lo spazio della libertà si riduce.
A ricordare quale dovrebbe essere il ruolo del giornalismo esiste anche un riferimento preciso: la Carta di Monaco, il codice etico europeo dei giornalisti, spesso paragonato al giuramento di Ippocrate per i medici. Tra i suoi principi fondamentali vi sono il rispetto della verità, il dovere di informare senza omissioni rilevanti e l’obbligo di non confondere informazione e propaganda.
Se questi principi vengono meno, il problema non è più solo la qualità del dibattito pubblico, ma la funzione stessa del giornalismo. Non si tratta più di informare, ma di orientare.
Il punto, allora, non è gridare al totalitarismo, ma riconoscere la deriva quando inizia: quando le domande diminuiscono, quando il dubbio smette di essere legittimo e diventa sospetto, quando il dissenso viene trattato come una deviazione.
Perché a quel punto il “cane da guardia” ha già cambiato ruolo: non controlla più il potere, gli scodinzola accanto.
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