Scuola digitale in Ticino: progresso o dogma?

Negli ultimi anni la scuola ticinese è stata profondamente trasformata dalla digitalizzazione, presentata come inevitabile. Termini come “NetworkID” o “piattaforme educative” descrivono un cambiamento strutturale che merita un esame critico.

Il NetworkID è un identificativo digitale assegnato a ogni allievo, esteso anche alla scuola dell’infanzia. È una chiave di accesso a piattaforme, cloud e strumenti di comunicazione: un elemento tecnico che apre però a un intero ecosistema digitale.

I costi sono rilevanti: oltre 60 milioni di franchi tra prima e seconda fase, a cui si sommano spese ricorrenti per infrastrutture, dispositivi, licenze, formazione e personale (CERDD). A ciò si aggiunge il consumo energetico: server, WiFi e apparecchi attivi in tutte le sedi scolastiche. Colpisce come, su altri fronti, il tema ambientale susciti mobilitazioni immediate, mentre l’impatto energetico crescente della digitalizzazione — anche in ambito scolastico — resti sostanzialmente fuori dal radar, una selettività che meriterebbe almeno una riflessione.

L’accelerazione è avvenuta durante il lockdown COVID-19, quando si è reso indispensabile l’uso del digitale. Come spesso accade, molte soluzioni introdotte in emergenza sono poi diventate permanenti, senza un vero dibattito pubblico.

I genitori sono stati informati nel merito? È stato spiegato cosa significa creare un’identità digitale per bambini molto piccoli? Oppure si è proceduto assumendo che “digitale = progresso”?

Sul piano della scelta, sottrarsi è difficile: pur non essendo sempre obbligatorio formalmente, il sistema rende complicata l’esclusione senza conseguenze pratiche. La digitalizzazione non è più uno strumento, ma un orizzonte dato. Non si discute se, quando e quanto introdurla: si implementa e basta.

Nel frattempo, cresce la letteratura critica, come La fabrique du crétin digital, che evidenzia possibili effetti dell’esposizione precoce agli schermi su attenzione, linguaggio e sviluppo cognitivo. Questo dibattito appare del tutto ignorato nelle decisioni del DECS.

La scuola vieta gli smartphone ma introduce il digitale fin dalla prima infanzia, giustificando la differenza tra uso libero e uso guidato. Resta però il dubbio sulla reale comprensibilità di questa distinzione per i bambini.

Sul piano sanitario, la diffusione del WiFi implica un’esposizione continua ai campi elettromagnetici, a scuola e a casa. La letteratura scientifica non è univoca, ma il principio di precauzione suggerirebbe monitoraggi indipendenti. Esistono inoltre segnalazioni di elettrosensibilità, fenomeno non trascurabile in costante crescita. Chi si assume la responsabilità in caso di effetti a lungo termine sulla salute?

Non si tratta di rifiutare la tecnologia, ma di evitare l’equazione automatica tra innovazione e progresso educativo. La questione è politica e culturale: chi decide la direzione della scuola, su quali basi e con quale coinvolgimento delle famiglie?

Senza risposte, la digitalizzazione continuerà ad avanzare non come scelta condivisa, ma come processo imposto dall’alto, difficilmente reversibile. Il rischio non è solo economico o sanitario-ambientale, ma profondamente educativo, il che preoccupa un certo numero di genitori consapevoli.

Pubblicato su TIO il 15 aprile 2026

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