Canone SSR: informazione pubblica o narrazione guidata?

L’8 marzo il popolo svizzero voterà sull’iniziativa «200 franchi bastano», che propone di ridurre il canone radiotelevisivo da 335 a 200 franchi annui. Secondo i contrari, riuniti nell’associazione Medien mit Zukunft, l’iniziativa metterebbe a rischio pluralismo e democrazia. È una tesi ricorrente, ma elude la questione centrale: la qualità, l’equilibrio e l’affidabilità dell’informazione del servizio pubblico.

Da anni cresce la percezione che la SSR – e con essa la RSI – abbia smarrito il ruolo di cane da guardia del potere muovendosi piuttosto come un cane da salotto, attento a non disturbare equilibri politici e narrative dominanti. Un esempio concreto è il sistematico rifiuto di ospitare dibattiti con reale contraddittorio su temi sanitari e politici di grande rilevanza, nonostante richieste formali e motivate. Questo silenzio non è neutrale: limita deliberatamente lo spazio del confronto e priva i cittadini degli strumenti necessari per formarsi un’opinione autonoma.

L’approccio selettivo si riflette anche nella linea editoriale complessiva. La RSI appare politicamente orientata, prevalentemente allineata a posizioni “progressiste” e poco incline a ospitare voci critiche rispetto al consenso dominante. La copertura della guerra russo-ucraina ne è un esempio emblematico: una narrazione semplificata, moralmente polarizzata, che riduce la complessità e delegittima chi propone letture alternative. Le fratture nel dibattito pubblico non nascono spontaneamente: sono anche il prodotto di un’informazione unidirezionale protratta nel tempo.

Non sorprende quindi l’aumento dei reclami per copertura unilaterale, alcuni accolti dall’Autorità indipendente di ricorso in materia radiotelevisiva (AIRR). Segnali chiari, che tuttavia vengono minimizzati o respinti anziché affrontati con autocritica.

In questo quadro assumono particolare rilievo le dichiarazioni della direttrice generale SSR, Susanne Wille. Secondo quanto riportato dal giornalista David Pfister, Wille avrebbe affermato davanti a investitori che la SSR sarebbe in grado di adempiere il proprio mandato anche con un budget dimezzato. In pubblico, però, il messaggio cambia radicalmente: l’iniziativa viene descritta come un attacco esistenziale, capace di «distruggere» il servizio pubblico. Questa contraddizione mina la credibilità della dirigenza e solleva dubbi legittimi sulla trasparenza della comunicazione istituzionale.

La concessione federale è inequivocabile: il servizio pubblico deve garantire un’informazione completa, diversificata e corretta. Quando il contraddittorio viene escluso, quando temi scomodi vengono evitati e quando il linguaggio riflette una precisa visione ideologica, è doveroso chiedersi se questo mandato sia ancora rispettato.

Il voto sul canone non è solo una questione di franchi: è un voto di fiducia – o sfiducia – in un servizio pubblico che dovrebbe informare anziché orientare, spiegare anziché educare, sorvegliare il potere anziché assecondarlo. In questa prospettiva, la riduzione del canone non è un attacco alla democrazia, ma un segnale politico chiaro: la cittadinanza ha diritto a un’informazione pluralista, coraggiosa e realmente indipendente.


Pubblicato il 9 febbraio 2026 in Tio

Articoli simili

  • Prima valutare, poi legiferare

    Quando si verifica un grave incidente aereo, nessuno pensa di riscrivere le regole di volo prima di aver chiarito che cosa non ha funzionato. Si analizzano le decisioni prese, gli errori commessi, le misure inefficaci o sproporzionate, e solo dopo si interviene sulle norme. È così che si migliora la sicurezza. Ed è esattamente questo…

  • Dal cane da guardia al cane da salotto: quando i media smettono di fare domande

    Il ruolo dei media dovrebbe essere chiaro: controllare il potere, metterlo sotto pressione, fare le domande che nessuno vuole sentirsi fare. In teoria sono il “cane da guardia” della democrazia. In pratica, sempre più spesso, sembrano essersi trasformati in qualcosa di molto diverso: un cane da salotto del potere, ben addestrato a non disturbare. Il…

  • Il caso Abunimah o il fallimento dello Stato di diritto svizzero

    Nel 2025, Ali Abunimah, giornalista palestinese-americano, è stato arrestato a Zurigo. Trattenuto per tre giorni, è stato poi espulso, ammanettato. In seguito, la Confederazione, smentita dai tribunali, ha riconosciuto i propri errori. Tuttavia, continua a eludere la questione centrale: su ordine di chi è stato arrestato Abunimah? Quali conflitti d’interesse o quali influenze hanno pesato…

  • Laetitia Rodriguez di NTD intervista Michelle Cailler e Boris Chollet

    In questa intervista dedicata alla neutralità svizzera, in vista della votazione del 27 settembre, due interlocutori analizzano le conseguenze dell’avvicinamento della Svizzera alla NATO e all’Unione europea. Il colonnello di Stato maggiore in pensione Boris Chollet ritiene che la Svizzera abbia progressivamente perso la propria capacità di pensiero strategico e operativo e cerchi ormai presso…

  • Neutralità svizzera: il gioco di prestigio del secolo

    Ovvero, come far scomparire 500 anni di storia senza che nessuno se ne accorga, Traduzione dell’articolo (per gentile concessione) di Michelle Cailler, giurista e fondatrice di Themisia Gioia C’era una volta un piccolo Paese nel cuore dell’Europa. Un Paese senza accesso al mare, senza impero, senza esercito d’invasione. Un Paese che aveva capito, cinque secoli…

  • Il libro scomodo sulla NATO che sparisce dalle librerie svizzere

    Il 19 agosto 2026 il giornalista svizzero-tedesco Rafael Lutz ha pubblicato Das NATO-Netzwerk in der Schweiz, un’inchiesta destinata a far discutere. Basandosi anche su documenti ottenuti attraverso la legge sulla trasparenza, Lutz ricostruisce l’esistenza di una rete di funzionari, esperti e giornalisti che, a suo giudizio, starebbe favorendo un progressivo avvicinamento della Svizzera alla NATO….