Milioni spesi, responsabilità assenti: cosa rivelano i contratti sui vaccini

Quando si dice che la pandemia da Covid è finita e che ora bisogna passare ad altro, si evita di affrontare ciò che quella gestione ha lasciato dietro di sé, mentre si preferisce discutere di casi secondari come il “caso Fischer”. Non si tratta solo di bilanci sanitari, ma di decisioni politiche, giuridiche e finanziarie prese in condizioni eccezionali e mai realmente verificate. La pubblicazione dei contratti tra la Confederazione e i produttori di vaccini dimostra che il capitolo è tutt’altro che chiuso.

Dall’analisi giuridica commissionata da ABF Schweiz emerge un dato difficile da ignorare: i contratti con aziende come Moderna e Novavax non prevedono obblighi vincolanti per garantire efficacia o sicurezza dei prodotti. Al contrario, lo Stato riconosce esplicitamente i rischi legati allo sviluppo accelerato e si impegna a farsene carico integralmente, includendo anche costi legali e risarcimenti. In sostanza, i produttori incassano, mentre i rischi vengono trasferiti ai contribuenti.

Non si tratta di quisquiglie ma di accordi per oltre un miliardo di franchi, con volumi di “vaccini” tali da consentire vaccinazioni multiple dell’intera popolazione. A fronte di questo impegno finanziario, le garanzie contrattuali risultano estremamente limitate. È qui che il problema diventa politico: come è stato possibile accettare condizioni così sbilanciate senza assicurare una reale tutela dell’interesse pubblico? E soprattutto, è stato fatto tutto il possibile per negoziare condizioni diverse?

Il comunicato di ABF Schweiz solleva anche interrogativi giuridici rilevanti. Sono stati rispettati i principi del diritto degli appalti? Il Parlamento è stato informato in modo completo, oppure parti essenziali sono state omesse? E ancora: è giustificabile l’impiego di miliardi per prodotti il cui valore e la cui utilità erano, già al momento dell’acquisto, quantomeno incerti? Non a caso si parla esplicitamente di possibile “non-valeur”, ossia prestazioni dal valore quantomeno dubbio, e di sospetti nella gestione dei fondi pubblici.

A rendere il quadro ancora più problematico è il divario tra comunicazione e contenuto contrattuale. Per mesi alla popolazione è stata trasmessa un’immagine di sicurezza ed efficacia, mentre nei contratti i produttori non fornivano garanzie in tal senso. Questo scarto non è secondario: è il punto in cui la fiducia nelle istituzioni viene messa in discussione.

Il fatto che questi contratti siano rimasti segreti per anni aggrava ulteriormente la situazione. Non si tratta di dettagli marginali, ma di elementi centrali che riguardano rischi, responsabilità e miliardi di denaro pubblico. Senza trasparenza non esiste controllo democratico, e senza controllo democratico decisioni di questa portata possono passare senza reale opposizione.

Di fronte a questo quadro, non basta prendere atto. Sono già state annunciate misure concrete: pubblicazione integrale dei contratti, verifica parlamentare approfondita, procedure per accertare eventuali responsabilità e rafforzamento della responsabilità dei funzionari federali, oggi di fatto molto limitata. Il punto non è solo chiarire il passato, ma impedire che un simile modello decisionale si ripeta.

Archiviare tutto come un errore dovuto all’emergenza sarebbe la soluzione più comoda. Ma significherebbe accettare che, in situazioni di crisi, miliardi possano essere impegnati senza garanzie, trasparenza e responsabilità. È così che, nel tentativo di ridurre un rischio sanitario, si finisce per crearne uno politico e istituzionale.

Pubblicato su Ticinonews del 24 aprile 2026

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