L’Europa sta giocando con il fuoco. E la Svizzera non deve seguirla.

Il recente abbattimento di un caccia russo Su-35 da parte di un F-16 in dotazione all’Ucraina, con il determinante supporto di un velivolo radar svedese, segna un’ulteriore escalation del conflitto. Non si tratta semplicemente dell’ennesimo episodio militare: è il simbolo di un coinvolgimento occidentale sempre più stretto nelle operazioni di guerra.

Secondo le informazioni rese pubbliche, il velivolo sarebbe stato pilotato da un pilota ucraino. Resta tuttavia un dato difficilmente contestabile: senza il supporto tecnologico, l’addestramento, l’intelligence e i sistemi di sorveglianza forniti dai Paesi occidentali, operazioni di questo livello sarebbero estremamente difficili da realizzare.

È davvero ancora possibile sostenere che la NATO non sia coinvolta nel conflitto?

Dal punto di vista russo, l’impiego di un F-16 ucraino con il supporto operativo di un Paese membro della NATO rappresenta inevitabilmente un’escalation.

La domanda che dovremmo porci non è chi abbia ragione nella narrazione della guerra, bensì dove stia conducendo questa spirale.

Anche l’eventuale adesione dell’Ucraina alla NATO viene percepita da Mosca non come un semplice allargamento dell’Alleanza, ma come una questione legata agli equilibri strategici e nucleari del continente. Condividere o meno questa valutazione è un conto; ignorarla non aiuta a comprendere le dinamiche del conflitto.

Eppure, su questo tema, il dibattito pubblico appare sorprendentemente povero. La notizia dell’abbattimento del caccia russo è stata sostanzialmente ignorata dai principali media svizzeri, mentre avrebbe meritato un confronto approfondito sulle sue implicazioni strategiche. In una democrazia, i cittadini hanno il diritto di conoscere non solo gli sviluppi del conflitto, ma anche i rischi connessi al progressivo coinvolgimento dell’Occidente.

Vale inoltre la pena ricordare che, pur non avendo mai dichiarato ufficialmente di voler invadere l’Europa occidentale, la Russia viene oggi presentata sempre più spesso come una minaccia militare diretta per l’intero continente. Proprio per questo è importante distinguere tra fatti accertati, valutazioni strategiche e scenari futuri, evitando che il dibattito pubblico si riduca a slogan o a contrapposizioni ideologiche.

Nel frattempo, l’Unione europea ha istituito il fondo SAFE, con 150 miliardi di euro in prestiti per rafforzare la difesa degli Stati membri. Presentando il piano di riarmo europeo, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha dichiarato che «siamo entrati in un’era di riarmo» e che la Russia «si sta preparando a un confronto con le democrazie europee». Vale quindi la pena interrogarsi sulla direzione che il continente sta imboccando.

Per la Svizzera questo interrogativo assume un significato ancora più profondo.

Per oltre due secoli il nostro Paese ha costruito la propria credibilità internazionale sulla neutralità, sull’indipendenza e sui buoni uffici. È grazie a questa tradizione che la Svizzera è stata riconosciuta come luogo di dialogo, mediazione e diplomazia.

Negli ultimi anni, però, assistiamo a un progressivo avvicinamento alle strutture euro-atlantiche, a un crescente allineamento politico con l’Unione europea e la NATO e a una progressiva erosione della neutralità tradizionale. Una trasformazione che dovrebbe interrogare tutti i cittadini, indipendentemente dal loro orientamento politico.

In un’epoca in cui il rischio di un confronto tra potenze nucleari è tornato ad affacciarsi, la Svizzera non dovrebbe contribuire alla logica dei blocchi, ma recuperare la propria vocazione di ponte tra le nazioni, mantenendo aperti i canali di dialogo e favorendo la de-escalation.

Per questo la votazione del 27 settembre sull’iniziativa per la salvaguardia della neutralità assume un’importanza che va ben oltre il dibattito interno. Si tratta di decidere quale ruolo vogliamo affidare al nostro Paese: seguire la crescente militarizzazione dell’Europa oppure riaffermare una neutralità credibile, permanente e orientata alla pace?

La neutralità non è sinonimo di passività. Al contrario, significa poter parlare con tutti, favorire il dialogo, offrire mediazione quando altri scelgono il confronto.

Perché quando le grandi potenze iniziano a testare reciprocamente i propri limiti, il rischio non riguarda soltanto i Paesi direttamente coinvolti. Riguarda tutti noi. E con arsenali nucleari capaci di distruggere il continente europeo, giocare con il fuoco non è una metafora: è una responsabilità che nessuno dovrebbe sottovalutare.

Pubblicato da ChiassoTV il 3 agosto 2026

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