Iniziativa «Salvaguardare la neutralità»: la Svizzera ha votato contro sé stessa
Traduzione dell’articolo (per gentile concessione) di Michelle Cailler, giurista e fondatrice di Themisia Gioia
Non c’è rabbia in queste parole, non ce n’è mai stata. Ciò che rimane, e che pesa ancora di più, è la rassegnazione.
Il 27 settembre 2026, il popolo svizzero ha rifiutato di iscrivere nella propria Costituzione che cosa significhi la neutralità. Ha scelto di lasciare al Consiglio federale il compito di definire, da solo, che cosa sia la neutralità — come fa dal 1993, senza mai chiedere il parere di nessuno.
Questo voto non cambia nulla della realtà giuridica e geopolitica. La conferma. La convalida. Le conferisce una legittimità democratica che prima non aveva.
È questo l’aspetto grave. Non la sconfitta, ma il significato della sconfitta.
Che cosa significa giuridicamente questo voto
Respingendo l’iniziativa, il popolo svizzero ha implicitamente approvato la dottrina del Rapporto del 1993 — quel documento interno del Consiglio federale, mai sottoposto a votazione, che ha ridefinito la neutralità autorizzando sanzioni al di fuori dell’ONU decise dal solo esecutivo. (FF 1994 I 150)
Ha convalidato la legge sugli embarghi del 2002, il cui articolo 1, capoverso 1, consente al Consiglio federale di riprendere le sanzioni dell’UE mediante semplice ordinanza, senza voto del Parlamento e senza referendum. (RS 946.231)
Ha convalidato, il 28 febbraio 2022, le 30 000 sanzioni che sono state decretate in 48 ore, senza che il sovrano fosse consultato.
Ha convalidato i 215 soldati svizzeri sotto comando NATO in Kosovo. L’adesione all’ESSI. L’adesione al Partenariato NATO per il sostegno alle munizioni nel luglio 2026. (SECO)
Con un solo voto, il popolo svizzero ha detto: tutto questo ci sta bene. Continuate pure.
Che cosa significa politicamente questo voto
La neutralità non era soltanto un principio di diritto internazionale. Era l’unico denominatore comune di un Paese che non ne ha molti altri.
La Svizzera non ha una lingua comune. Non ha un’etnia comune. Non ha una storia comune nel senso in cui la intendono i classici Stati-nazione. Ciò che le permetteva di esistere come entità coerente era una particolare cultura politica — la democrazia diretta, la sussidiarietà, la neutralità — e istituzioni che incarnavano questi principi.
Queste istituzioni sono sotto pressione da anni. Ma era la neutralità a costituire il collante simbolico, quello che persino il cittadino meno politicizzato comprendeva istintivamente. La Svizzera neutrale. La Svizzera dei buoni uffici. La Svizzera che tutti rispettano perché non prende le parti di nessuno.
Quella Svizzera non esiste più dal 2022. Il voto del 27 settembre 2026 lo conferma ufficialmente.
Che cosa preannuncia questo voto
I Bilaterali III sono in fase di ratifica. Riguardano 94 atti legislativi europei e introducono un meccanismo di ripresa dinamica del diritto dell’UE, con una clausola ghigliottina: se la Svizzera rifiuta di recepire una modifica del diritto europeo, l’UE può sospendere gli accordi. (DFAE, messaggio del Consiglio federale del 13 marzo 2026)
La giurisprudenza Schubert — che dal 1973 proteggeva la prevalenza del diritto svizzero sui trattati internazionali — è direttamente minacciata da questo meccanismo.
In questo quadro, la democrazia diretta diventa progressivamente una finzione. Il popolo può votare, ma se il suo voto costa troppo sul piano economico, non può essere mantenuto. Questo non è un diritto di voto. È un diritto di voto condizionato.
L’identità digitale è stata accettata. Il contante non è stato iscritto nella Costituzione. La neutralità non sarà definita. A ogni votazione viene ceduta un’ulteriore parte della sovranità svizzera, spesso senza che i cittadini ne comprendano le implicazioni a lungo termine.
Che cosa dico a chi ha votato no
Pongo loro una domanda.
Tra dieci anni, quando la ripresa dinamica del diritto europeo avrà reso inapplicabile una votazione popolare, quando il Consiglio federale avrà ulteriormente ampliato il proprio margine discrezionale in materia di politica di sicurezza, quando Ginevra non sarà altro che una cittadina europea come tante altre, che cosa risponderanno ai loro figli quando chiederanno come siamo arrivati a tutto questo?
Forse risponderanno che era stato detto loro che porsi queste domande significava essere «pro-Putin». Che era stato detto loro che la neutralità era un concetto superato. Che era stato detto loro che l’integrazione europea era una necessità economica imprescindibile.
Sono esattamente le parole che sono state messe loro in bocca: per mesi, attraverso una campagna condotta con i mezzi dello Stato, in media la cui concentrazione e dipendenza da finanziamenti pubblici e privati legati all’integrazione europea meritano di essere nominate.
Non è un processo alle intenzioni. È una constatazione documentabile.
Che cosa dico a chi ha votato sì
Non avete semplicemente fallito. Avete perso, e questa sconfitta non è priva di conseguenze. Invia un segnale a coloro che esercitano una pressione geopolitica, economica e istituzionale sulla Svizzera: che la volontà di ancorare saldamente la neutralità nella Costituzione è minoritaria e che la resistenza istituzionale del Paese è debole.
La neutralità non era un ostacolo. Era un sistema immunitario. Ci si accorge della sua esistenza soltanto il giorno in cui smette di funzionare, e in cui il corpo che essa proteggeva diventa improvvisamente vulnerabile a tutto.
Che cosa rimane
Non molto, sinceramente.
I testi esistono ancora. Il diritto della neutralità esiste ancora. Ma il diritto senza una volontà politica di applicarlo è un guscio vuoto. E la volontà politica si misura attraverso i voti.
Le finestre si stanno chiudendo. I Bilaterali III ancoreranno la ripresa dinamica del diritto europeo nell’architettura istituzionale svizzera. La democrazia diretta sopravvivrà formalmente — il popolo continuerà a votare — ma su un perimetro sempre più ristretto, per decisioni sempre più secondarie, entre un quadro sempre più definito a Bruxelles.
Le generazioni che hanno conosciuto un’altra Svizzera stanno invecchiando. Quelle che arrivano non hanno termini di paragone. Tra vent’anni nessuno ricorderà che esisteva un Paese in cui il popolo aveva davvero l’ultima parola: senza condizioni di natura economica, senza pressioni derivanti da alleanze, senza la minaccia di una clausola ghigliottina. Un Paese che poteva dire di no a tutti perché non aveva debiti verso nessuno.
Quel Paese è esistito. Ha funzionato. Ha reso servizi al mondo intero per decenni.
Si è smantellato da solo, lentamente, attraverso votazioni successive, senza mai comprendere ciò che stava perdendo, oppure comprendendolo perfettamente e scegliendo il comfort a breve termine.
Non ho una conclusione rassicurante. E non la cerco.
Quello che scrivo qui non cambierà nulla. Ma mi sembrava importante che qualcuno lo dicesse chiaramente, una volta, senza eufemismi e senza il linguaggio di circostanza degli editoriali che finiranno tutti col dire «la Svizzera saprà trovare la propria strada».
No. Non necessariamente.
28 settembre 2026.
Fonti: Rapporto sulla neutralità 1993 — LEmb RS 946.231 — Rapporto sulla neutralità 2022 — DFAE Bilaterali III — SECO ASP NATO munizioni