HYPERNORMALISATION

La realtà è davvero quella che ci viene raccontata?

Il documentario HyperNormalisation (2016) di Adam Curtis ripercorre oltre quarant’anni di storia, dal 1975 al 2016, mostrando come la percezione della realtà possa essere influenzata e plasmata dalla politica, dalla finanza, dai media e dalle nuove tecnologie. Il suo interesse risiede soprattutto nell’invitarci a riflettere su una questione fondamentale: ciò che ci viene presentato quotidianamente come «realtà» non coincide necessariamente con la realtà dei fatti. Questo non significa, tuttavia, che la ricostruzione proposta dal documentario debba essere considerata una verità assoluta. Anche le sue interpretazioni meritano di essere sottoposte a un esame critico. Basti pensare agli attentati dell’11 settembre 2001, attorno ai quali continuano a essere sollevati interrogativi e contestazioni sulla ricostruzione ufficiale, senza che ciò dimostri automaticamente la fondatezza delle spiegazioni alternative. Il mio obiettivo non è dunque sostituire una narrazione con un’altra, ma incoraggiare un atteggiamento di autentico spirito critico: non fermarsi alla superficie, interrogarsi su ciò che ci viene raccontato, confrontare le fonti e distinguere i fatti accertati dalle interpretazioni.

La costruzione di un mondo artificiale

Il documentario HyperNormalisation ricostruisce come, a partire dagli anni Settanta, i governi occidentali, le istituzioni finanziarie e i protagonisti della rivoluzione informatica abbiano progressivamente rinunciato ad affrontare la complessità del mondo, preferendo costruirne una rappresentazione più semplice e apparentemente controllabile.

Secondo Adam Curtis, questo processo ha prodotto una realtà artificiale alla quale anche i cittadini hanno finito per adattarsi, perché offre una sensazione di stabilità e sicurezza. Persino molti movimenti di opposizione, artisti e intellettuali sono entrati a far parte di questo sistema, rinunciando a trasformare concretamente la società.

Il titolo richiama il concetto di iper-normalizzazione, utilizzato per descrivere gli ultimi anni dell’Unione Sovietica: un periodo nel quale tutti erano consapevoli delle contraddizioni del sistema, ma continuavano a comportarsi come se esso funzionasse normalmente, non riuscendo a immaginare un’alternativa.

Curtis individua nel 1975 un momento decisivo, attraverso due vicende parallele: la crisi finanziaria di New York e le trasformazioni politiche del Medio Oriente.

New York: il potere passa dalla politica alla finanza

Nel 1975 New York rischia il fallimento. Per anni l’amministrazione comunale aveva finanziato servizi pubblici e programmi sociali attraverso prestiti bancari. Quando le banche decidono di interrompere i finanziamenti, la città perde la propria autonomia.

Il controllo delle finanze viene affidato a un organismo dominato dai rappresentanti delle banche, che impongono tagli ai servizi pubblici e licenziamenti.

Per Curtis, questo episodio segna l’inizio di un cambiamento fondamentale: le decisioni politiche vengono progressivamente subordinate alla logica del mercato, presentata come una necessità alla quale non esistono alternative.

Contemporaneamente, una parte della sinistra radicale americana abbandona l’impegno politico collettivo. Artisti come Patti Smith rappresentano una nuova generazione che preferisce esprimere la propria individualità attraverso la musica e l’arte, anziché cercare di modificare le strutture del potere.

In questo contesto emerge anche Donald Trump, che comprende come sfruttare i nuovi rapporti tra finanza, politica e mercato immobiliare. La sua carriera mostra l’importanza crescente del denaro, della reputazione e della costruzione dell’immagine pubblica.

Il Medio Oriente e la trasformazione del terrorismo

Nello stesso periodo, Henry Kissinger cerca di riorganizzare gli equilibri del Medio Oriente attraverso una diplomazia fondata su accordi separati e sul mantenimento dell’equilibrio tra le potenze regionali.

Il presidente siriano Hafez al-Assad persegue invece il progetto di un mondo arabo forte e unito, capace di ottenere una soluzione politica alla questione palestinese.

Le strategie dei due uomini entrano in conflitto. Assad si convince che gli Stati Uniti vogliano escludere la Siria dalle decisioni fondamentali per la regione.

Negli anni Ottanta, la Siria sostiene Hezbollah in Libano, dove vengono utilizzati attentatori suicidi contro le forze occidentali. Gli attacchi dimostrano che piccoli gruppi possono provocare perdite enormi a eserciti molto più potenti.

La tattica degli attentati suicidi si diffonde successivamente ad altre organizzazioni.

Nel 1992 Israele deporta centinaia di membri di Hamas nel Libano meridionale, dove entrano in contatto con Hezbollah. Hamas adotta gli attentati suicidi e li utilizza contro i civili israeliani, contribuendo a indebolire il processo di pace.

La violenza che inizialmente era stata impiegata in conflitti regionali diventa progressivamente uno strumento del terrorismo internazionale.

Gheddafi e la costruzione del nemico

Negli anni Ottanta, l’amministrazione Reagan presenta Muammar Gheddafi come uno dei principali responsabili del terrorismo mondiale.

Secondo Curtis, la figura del leader libico viene trasformata in un simbolo facilmente riconoscibile del male, permettendo agli Stati Uniti di presentare il terrorismo come il risultato delle azioni di singoli dittatori, anziché come un fenomeno legato a complessi conflitti politici.

Il documentario affronta anche l’attentato di Lockerbie, mostrando come le responsabilità attribuite inizialmente alla Siria vengano successivamente ricondotte alla Libia.

Questa vicenda illustra uno dei temi centrali del film: le rappresentazioni politiche della realtà possono cambiare in funzione degli interessi strategici dei governi.

Anni dopo, la stessa figura di Gheddafi verrà completamente trasformata, passando da nemico internazionale ad alleato dell’Occidente.

L’Unione Sovietica e il concetto di iper-normalizzazione

Negli ultimi decenni del comunismo, l’Unione Sovietica continua a presentare ufficialmente un’immagine di progresso, stabilità e fiducia nel futuro.

Nella vita quotidiana, tuttavia, il sistema mostra inefficienze e contraddizioni sempre più evidenti.

Le persone comprendono che il linguaggio ufficiale non corrisponde alla realtà, ma continuano a utilizzarlo e ad adattarsi alle regole esistenti.

Il sistema appare immutabile proprio perché nessuno riesce a immaginare come potrebbe essere sostituito.

Curtis utilizza questa esperienza per interpretare anche le società occidentali contemporanee: un mondo nel quale le contraddizioni diventano sempre più visibili, ma vengono accettate come parte della normalità.

Il cyberspazio: dalla promessa di libertà al controllo algoritmico

Con lo sviluppo dell’informatica emerge una nuova visione utopistica.

Il cyberspazio viene immaginato come un luogo libero dalle gerarchie e dalle strutture tradizionali del potere, nel quale gli individui possono comunicare e organizzarsi autonomamente.

Ma lo sviluppo dei sistemi informatici prende anche un’altra direzione.

Gli algoritmi diventano sempre più capaci di analizzare e prevedere i comportamenti umani, attraverso modelli matematici semplificati.

Curtis richiama il lavoro di Judea Pearl sulle reti bayesiane e le critiche di Jaron Lanier, secondo il quale i sistemi informatici finiscono per costruire rappresentazioni riduttive delle persone e dei loro interessi.

Con l’affermazione dei social media, gli algoritmi cominciano a selezionare le informazioni in funzione delle preferenze degli utenti.

Si formano così bolle informative nelle quali le persone incontrano prevalentemente opinioni compatibili con le proprie convinzioni.

Dietro l’apparente libertà della rete, poche grandi imprese acquisiscono un potere crescente nel determinare ciò che gli individui vedono e, indirettamente, ciò che pensano.

L’11 settembre e la guerra in Iraq

Gli attentati dell’11 settembre 2001 rappresentano una svolta nella politica internazionale.

Gli Stati Uniti e i loro alleati interpretano il terrorismo attraverso una visione che distingue nettamente il bene dal male, individuando nei regimi dittatoriali una delle principali cause dell’instabilità mondiale.

George W. Bush e Tony Blair sostengono che la rimozione di Saddam Hussein permetterà di eliminare una minaccia e favorire la democratizzazione del Medio Oriente.

La guerra viene giustificata soprattutto attraverso le presunte armi di distruzione di massa irachene.

Curtis descrive come alcune informazioni dell’intelligence fossero scarsamente attendibili. Riporta anche il caso di una descrizione di armi chimiche che riprendeva una scena del film The Rock.

L’invasione viene comunque realizzata nel 2003.

Ma anziché trasformarsi in una democrazia stabile, l’Iraq precipita nella violenza.

La riabilitazione di Gheddafi

La Siria di Bashar al-Assad favorisce il passaggio di militanti islamisti verso l’Iraq per combattere gli americani. Questi gruppi cominciano però a utilizzare gli attentati suicidi anche contro gli sciiti, contribuendo allo scoppio di una guerra settaria.

La violenza sfugge progressivamente al controllo di coloro che avevano contribuito a favorirla.

Di fronte alle difficoltà della guerra in Iraq, Bush e Blair cercano un successo diplomatico che dimostri l’efficacia della loro strategia.

Si rivolgono così a Gheddafi, precedentemente presentato come uno dei dittatori più pericolosi del mondo.

Il leader libico annuncia la rinuncia ai programmi di armi di distruzione di massa e viene accolto nuovamente dalla comunità internazionale.

Secondo il documentario, tuttavia, la Libia non possedeva l’arsenale terrificante che dichiarava di voler smantellare: il programma nucleare era fallito, le armi biologiche erano inesistenti e quelle chimiche erano limitate.

Si crea quindi una rappresentazione nella quale Gheddafi finge di rinunciare a una grande minaccia e l’Occidente finge di averla neutralizzata.

Società di pubbliche relazioni, accademici e personalità internazionali partecipano alla costruzione della sua nuova immagine di leader rispettabile.

La trasformazione culmina con la sua partecipazione all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Per Curtis, questa vicenda mostra fino a che punto la politica internazionale sia diventata una questione di gestione delle percezioni.

La crisi finanziaria, Occupy e la Primavera araba

La crisi finanziaria del 2008 provoca una profonda perdita di fiducia nelle istituzioni occidentali.

I governi intervengono per salvare le banche, ma non affrontano in modo sostanziale le responsabilità e gli abusi emersi.

Nasce il movimento Occupy Wall Street, che cerca di costruire una forma di organizzazione politica senza leader, ispirata all’ideale originario di Internet.

Tuttavia, il movimento rimane intrappolato in discussioni e procedure decisionali interminabili.

Secondo Curtis, il problema fondamentale è che Occupy propone un nuovo modo di organizzare le persone, ma non una visione concreta della società da costruire.

Una contraddizione simile emerge durante la Primavera araba.

In Tunisia e in Egitto, Internet e i social media contribuiscono a mobilitare enormi manifestazioni contro i regimi autoritari.

In Egitto, la rivoluzione porta alla caduta di Hosni Mubarak.

Ma gli attivisti che hanno organizzato le proteste non dispongono di un progetto politico condiviso.

I Fratelli Musulmani, dotati di una struttura e di un’ideologia definite, vincono le elezioni e Mohamed Morsi diventa presidente.

Successivamente, una parte degli stessi manifestanti liberali si rivolge all’esercito per contrastare il nuovo governo.

Nel 2013 i militari depongono Morsi e reprimono violentemente i suoi sostenitori.

Anche in Libia, la rivolta contro Gheddafi, sostenuta dall’Occidente, porta alla caduta del regime ma non alla nascita di una democrazia stabile.

Il Paese precipita nel caos.

Il documentario presenta questi eventi come esempi del fallimento delle rivoluzioni che riescono a rovesciare un sistema senza possedere una visione sufficientemente chiara di ciò che dovrebbe sostituirlo.

La Russia e la manipolazione della realtà politica

In Russia, alcuni consiglieri del presidente Putin sviluppano una strategia politica fondata sulla confusione e sull’incertezza.

Tra questi emerge Vladislav Surkov, proveniente dal mondo del teatro.

Surkov applica alla politica tecniche ispirate all’avanguardia artistica, trasformando lo spazio pubblico in uno spettacolo in continua evoluzione.

Il Cremlino finanzia gruppi apparentemente contrapposti: organizzazioni antifasciste, movimenti nazionalisti, associazioni liberali e persino partiti di opposizione.

Rendendo noto questo sostegno, Surkov contribuisce a creare una situazione nella quale diventa difficile distinguere l’opposizione autentica da quella costruita.

La confusione permanente impedisce ai cittadini di comprendere dove si trovi realmente il potere.

Secondo Curtis, questa strategia non cerca soltanto di controllare le informazioni, ma di destabilizzare la stessa percezione della realtà.

Donald Trump e la politica della paura

Curtis individua analogie tra la strategia politica russa e la campagna elettorale di Donald Trump.

Trump modifica continuamente le proprie posizioni e utilizza messaggi contraddittori.

Denuncia la corruzione delle élite politiche e finanziarie, ma nello stesso tempo mobilita le paure legate all’immigrazione, al terrorismo e all’identità nazionale.

Molte sue affermazioni vengono contestate come false, senza che questo ne comprometta necessariamente la popolarità.

Il giornalismo tradizionale, fondato sulla distinzione tra verità e menzogna, fatica a confrontarsi con una comunicazione nella quale la coerenza e l’accuratezza sembrano perdere importanza.

Gli oppositori di Trump esprimono la propria indignazione soprattutto sui social media.

Ma gli algoritmi tendono a far circolare i loro messaggi tra persone già convinte, mentre le piattaforme traggono beneficio economico dall’aumento delle interazioni.

La rabbia online finisce così per alimentare i sistemi tecnologici che contribuiscono a mantenere la frammentazione dell’opinione pubblica.

La Siria, il terrorismo e la conclusione

Nell’ultima parte, il documentario ritorna alla Siria.

La rivolta contro Bashar al-Assad si è trasformata in una guerra civile devastante, nella quale operano gruppi jihadisti come l’ISIS.

I governi occidentali considerano Assad un dittatore da rimuovere, ma si trovano contemporaneamente a combattere organizzazioni estremiste che si oppongono al suo regime.

Gli interventi militari contro questi gruppi finiscono così per favorire indirettamente la permanenza di Assad al potere.

La Russia interviene militarmente in Siria, utilizzando, secondo Curtis, una strategia riconducibile alla «guerra non lineare»: non necessariamente vincere il conflitto, ma produrre instabilità e incertezza per esercitare il controllo.

Il documentario presenta infine Abu Musab al-Suri, ideologo jihadista che propone una strategia diversa da quella di Osama bin Laden.

Anziché organizzare grandi attacchi contro l’Occidente, al-Suri sostiene la necessità di attentati più piccoli, imprevedibili e diffusi, capaci di alimentare paura e sfiducia nelle istituzioni.

Curtis collega gli effetti di questa strategia alla crescita dei movimenti politici che sfruttano l’insicurezza, tra cui la campagna per la Brexit e quella di Donald Trump.

Il documentario si conclude mostrando lo sconcerto di persone che avevano considerato impossibili questi sviluppi politici.

La tesi conclusiva riprende quella iniziale: per decenni, politici, istituzioni finanziarie e protagonisti della rivoluzione tecnologica hanno cercato di sostituire la complessità del mondo con rappresentazioni semplificate, apparentemente stabili e controllabili.

Anche molti movimenti di opposizione hanno progressivamente perso la capacità di proporre un futuro alternativo.

Nel frattempo, i problemi e i conflitti che questi sistemi non sono riusciti ad affrontare hanno continuato a crescere, fino a riemergere e mettere in crisi la realtà artificiale costruita per contenerli.

Guarda il documentario con sottotitoli in italiano su YouTube.

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