Una censura senza censori: cosa si nasconde dietro la nuova legge sulle piattaforme digitali

Sta avanzando in Svizzera, quasi sotto silenzio, una proposta di legge che rischia di cambiare profondamente il modo in cui cittadini e media possono esprimersi online. Si tratta dell’avamprogetto di legge sulle piattaforme di comunicazione e i motori di ricerca, attualmente in consultazione, che riprende in larga misura l’impostazione del Digital Services Act (DSA) dell’Unione europea. Presentata come una misura tecnica per rendere Internet più sicuro, questa legge introduce in realtà un nuovo modello di controllo dell’informazione, fondato non sulla censura diretta dello Stato, ma su una censura indiretta e delegata.

Formalmente, nessuna autorità federale deciderà cosa può essere pubblicato e cosa no. Ma la legge impone alle grandi piattaforme digitali obblighi di sorveglianza e di intervento molto ampi, accompagnati da sanzioni significative. Di fronte a questo rischio, il comportamento delle piattaforme è facilmente prevedibile: nel dubbio, rimuovere. Meglio cancellare un contenuto legittimo che rischiare una multa o una procedura. È il fenomeno noto come overblocking, che produce un effetto ancora più grave: l’autocensura degli utenti, sempre meno inclini a esprimere opinioni controcorrente, critiche o semplicemente scomode.

Il cuore del problema è che decisioni che incidono direttamente sulla libertà di espressione, un diritto fondamentale garantito dalla Costituzione svizzera, vengono di fatto delegate a soggetti privati. Sono aziende multinazionali, spesso attraverso algoritmi automatici, a stabilire cosa è accettabile nel dibattito pubblico. Queste decisioni non sono prese da giudici indipendenti, non seguono procedure trasparenti e non offrono le stesse garanzie di uno Stato di diritto. Si crea così una zona grigia, in cui la responsabilità politica scompare e il controllo democratico si indebolisce.

Preoccupa anche l’uso di concetti volutamente vaghi e indeterminati, come “rischi sistemici”, “contenuti problematici” o “tutela della formazione dell’opinione pubblica”. Espressioni di questo tipo possono essere interpretate in modo sempre più estensivo, adattandosi al clima politico del momento. Di fatto si sta costruendo un quadro normativo “elastico”, che consente un’espansione progressiva del controllo sul discorso pubblico.

Colpisce infine la giustificazione principale addotta: la necessità di allinearsi all’Unione europea. Ma la Svizzera non è membro dell’UE e non è obbligata a importarne automaticamente i modelli normativi, soprattutto quando sono in gioco libertà fondamentali. L’adozione del DSA non è una scelta tecnica inevitabile, bensì una decisione politica, che meriterebbe un dibattito aperto e trasparente.

Il rischio non è una censura esplicita e facilmente riconoscibile, ma una censura silenziosa, preventiva e diffusa, esercitata attraverso incentivi e pressioni normative. Proprio per questo è ancora più pericolosa. Prima di accettare un simile cambiamento, è indispensabile interrogarsi seriamente sul prezzo che siamo disposti a pagare in termini di pluralismo, libertà di opinione e qualità del dibattito democratico. In gioco non c’è solo la regolazione delle piattaforme digitali, ma il futuro stesso della libertà di espressione in Svizzera.


Pubblicato il 6 febbraio 2026 in Tio

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