Prima valutare, poi legiferare

Quando si verifica un grave incidente aereo, nessuno pensa di riscrivere le regole di volo prima di aver chiarito che cosa non ha funzionato. Si analizzano le decisioni prese, gli errori commessi, le misure inefficaci o sproporzionate, e solo dopo si interviene sulle norme. È così che si migliora la sicurezza. Ed è esattamente questo approccio che oggi sembra mancare nel dibattito sulla revisione della Legge federale sulle epidemie (LEp).

Durante la pandemia di COVID-19, la Svizzera ha adottato una serie di provvedimenti senza precedenti: obblighi di mascherina, distanziamento sociale, lockdown generalizzati, chiusure scolastiche, limitazioni all’attività economica e l’introduzione del certificato Covid. Molte di queste misure sono state presentate come inevitabili dal punto di vista sanitario, ma col tempo è emerso che una parte rilevante di esse rispondeva anche – se non soprattutto – a logiche politiche, di gestione del consenso, di coordinamento internazionale o di pressione istituzionale, più che a evidenze scientifiche solide e condivise.

A distanza di anni, non esiste ancora una valutazione complessiva, indipendente e trasparente sull’efficacia reale di questi provvedimenti, sui loro effetti collaterali e sui costi umani, sociali ed economici che hanno comportato. Lockdown e chiusure scolastiche hanno inciso profondamente sulla salute mentale, sull’istruzione dei giovani e sulla coesione sociale; il certificato Covid ha introdotto una distinzione giuridica tra cittadini; misure come mascherine e distanziamento sono state spesso applicate in modo rigido e uniforme, indipendentemente dall’evoluzione dei dati o dal contesto specifico.

Nonostante ciò, oggi si discute di integrare nella legislazione ordinaria strumenti molto simili a quelli adottati in una situazione di emergenza, senza aver prima chiarito quali misure abbiano effettivamente protetto la salute pubblica e quali siano state invece il risultato di scelte politiche contingenti. In altre parole, si rischia di trasformare in regola permanente ciò che è nato come risposta straordinaria, senza averne verificato la reale utilità.

A questo si aggiunge un segnale preoccupante: in alcuni cantoni, come Zurigo e San Gallo, si stanno introducendo obblighi vaccinali accompagnati da sanzioni finanziarie esorbitanti (da 20’000 a 50’000 franchi!) per chi si rifiuta di vaccinarsi. Si tratta di misure coercitive che incidono direttamente sui diritti individuali e che vengono adottate in assenza di un bilancio pubblico serio delle politiche sanitarie precedenti. Rafforzare strumenti coercitivi senza aver prima valutato gli errori del passato significa rischiare di ripeterli, questa volta con una base legale rafforzata.

È in questo contesto che si inserisce la petizione lanciata da ABF Schweiz, che non chiede altro che valutare prima di legiferare. Analizzare in modo rigoroso quali misure abbiano davvero contribuito alla tutela della salute pubblica e quali siano state dettate da esigenze politiche, simboliche o di controllo sociale.

Uno Stato che si definisce di diritto non ha paura di guardare criticamente alle proprie decisioni. Al contrario, ne fa una condizione per migliorare. Codificare misure emergenziali senza questo esame preliminare significa accettare che decisioni prese sotto pressione, in un clima di paura e incertezza, diventino il nuovo standard normativo.

Come nell’aviazione, anche nella politica sanitaria la sicurezza futura dipende dalla capacità di riconoscere ciò che non ha funzionato. La richiesta di ABF Schweiz va esattamente in questa direzione: prima l’analisi, poi la legge. Tutto il resto rischia di essere non una preparazione alle prossime crisi, ma la loro istituzionalizzazione.


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