Perché il 27 settembre voterò sì alla neutralità

Per decenni la neutralità ha dato alla Svizzera una regola chiara: non partecipare alle guerre tra Stati, non mettere il proprio territorio al servizio di un belligerante e applicare a tutti lo stesso diritto internazionale. Poi, nel febbraio 2022, questa rotta è stata cambiata nell’arco di un fine settimana: dopo aver inizialmente deciso di impedire soltanto l’aggiramento delle sanzioni europee, il Consiglio federale ne ha decretato la ripresa integrale contro la Russia, senza un vero dibattito nazionale né una consultazione popolare.

La motivazione è stata la grave violazione del diritto internazionale. Ma allora il criterio non dovrebbe valere per tutti? Perché nessuna sanzione comparabile è stata adottata dopo gli attacchi condotti dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran nel febbraio 2026, senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza? La Svizzera si è limitata a dichiararsi «profondamente allarmata». Una neutralità applicata contro l’avversario di un blocco, ma accantonata davanti alle azioni dei suoi alleati, non è più neutralità: è allineamento.

Questo allineamento non è iniziato nel 2022. Dal Partenariato per la pace, al quale la Svizzera aderisce dal 1996, si è passati gradualmente a esercitazioni comuni, standard NATO, interoperabilità e programmi di cooperazione sempre più estesi. Ogni passo viene presentato come tecnico e privo di conseguenze. Ma la somma di queste decisioni cambia la posizione strategica del Paese, senza che il Popolo sia mai stato consultato.

Nel frattempo rischiamo di perdere la nostra credibilità. All’estero la neutralità svizzera è stata messa in discussione e si è ridotta la fiducia nella nostra capacità di mediare. Se una delle parti ci considera schierati, i nostri buoni uffici e il nostro ruolo di ponte perdono di efficacia.

Il Consiglio federale chiede «flessibilità». Ma negli ultimi anni ha dimostrato quanto sia necessario porre un limite costituzionale alla sua libertà d’azione. Quando una politica fondamentale può essere rovesciata in pochi giorni e poi erosa attraverso una successione di decisioni tecniche, il margine di manovra del Governo si traduce in una perdita di controllo da parte del Popolo.

Iscrivere la neutralità nella Costituzione non significa isolare la Svizzera. Significa impedirne l’integrazione silenziosa in un blocco militare, difendere il nostro territorio senza prepararci alle guerre altrui e applicare il diritto internazionale senza doppi standard.

Un ultimo episodio è rivelatore. Alla conferenza stampa interpartitica sulla neutralità, tenutasi il 24 agosto a Lugano, la RSI – il nostro «servizio pubblico» – era assente, così come lo è stata sabato 29 sulla piazza federale a Berna, dove si sono espressi illustri relatori: giuristi, ex diplomatici, storici e politici. Nel pieno di una campagna di votazione ciò solleva una domanda legittima: a quali posizioni il servizio pubblico sceglie di dare voce e quali, invece, preferisce ignorare?

Il 27 settembre decideremo se lasciare al Consiglio federale la libertà di proseguire la rotta intrapresa o restituire alla neutralità un significato chiaro e vincolante. Una scelta tanto decisiva deve appartenere al Popolo: chi non vuole che un giorno i giovani svizzeri siano chiamati a combattere guerre altrui ha una ragione in più per recarsi alle urne e votare sì.

*L’immagine rappresenta una sintesi del mio intervento a Berna di sabato 29 agosto 2026

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