Il caso Abunimah o il fallimento dello Stato di diritto svizzero
Nel 2025, Ali Abunimah, giornalista palestinese-americano, è stato arrestato a Zurigo. Trattenuto per tre giorni, è stato poi espulso, ammanettato. In seguito, la Confederazione, smentita dai tribunali, ha riconosciuto i propri errori. Tuttavia, continua a eludere la questione centrale: su ordine di chi è stato arrestato Abunimah? Quali conflitti d’interesse o quali influenze hanno pesato su questa decisione? Questa vicenda solleva interrogativi sulla capacità delle istituzioni svizzere di resistere alle influenze politiche esterne.
Di Laurent Desaison (pubblicato per gentile concessione della redazione di Antithèse L’affaire Abunimah ou la faillite de l’Etat de droit suisse – Antithèse & Bon pour la tête)
I fatti sono stati accertati da diverse istanze indipendenti. Il 24 gennaio 2025 Ali Abunimah entra legalmente in Svizzera. Il giorno seguente viene fatto salire con la forza su un’auto civile da agenti in borghese, incarcerato per tre giorni, privato di ogni contatto con la famiglia, quindi espulso in manette all’aeroporto. Ciò che rende la vicenda ancora più inquietante della sua brutalità è la catena decisionale che l’ha preceduta. Prima dell’arrivo di Abunimah, Fedpol aveva respinto una prima richiesta di divieto d’entrata formulata dalla polizia cantonale zurighese. Il Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) e le autorità migratorie erano giunti alla stessa conclusione: le sue opinioni erano tutelate dalla libertà di espressione e non rappresentava alcuna minaccia per la sicurezza della Svizzera. La richiesta viene quindi ripresentata in termini identici, senza nuovi elementi di prova. Questa volta, tuttavia, Nicoletta della Valle, ex direttrice di Fedpol, ribalta da sola la decisione dei propri servizi e impone retroattivamente il divieto d’entrata.
La pressione politica che ha preceduto questo repentino cambiamento di rotta è documentata. Il direttore della sicurezza del Cantone di Zurigo, Mario Fehr, aveva pubblicamente definito Abunimah un «islamista antisemita che incita alla violenza» (un’accusa priva di qualsiasi fondamento giuridico), e il comandante della polizia cantonale aveva trasmesso questa valutazione direttamente alla direttrice di Fedpol. Lo stesso Consiglio federale riconoscerà in seguito che l’intervento di Nicoletta della Valle era «particolarmente problematico». Nel dicembre 2025 il Tribunale amministrativo del Cantone di Zurigo stabilirà che l’arresto violava la Costituzione federale e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Nel marzo 2026 il Tribunale amministrativo federale confermerà che il divieto d’entrata era stato emanato senza alcuna base legale. Fedpol finirà infine per ammettere l’illegalità della decisione.
Le porte girevoli come ammissione
Nicoletta della Valle lascia Fedpol alla fine di gennaio 2025. Tre mesi dopo entra a far parte del consiglio consultivo di Champel Capital, una società d’investimento israeliana fondata a Gerusalemme da Amir Weitmann, cittadino con doppia nazionalità israeliana e svizzera, membro dichiarato dell’ala più dura del Likud, residente da oltre vent’anni in una colonia situata in territorio occupato e che, dopo il 7 ottobre 2023, aveva pubblicamente sostenuto l’espulsione dell’intera popolazione di Gaza verso l’Egitto. La società mira a raccogliere 100 milioni di dollari per finanziare imprese israeliane attive nei settori della sicurezza e della difesa.
Il consiglio consultivo al quale entra a far parte Nicoletta della Valle è di per sé eloquente. Ne fanno parte Kobi Shabtaï, già ispettore generale della polizia israeliana; Yoav Har-Even, ex amministratore delegato del produttore di armamenti Rafael; Giora Eiland, già capo del Consiglio di sicurezza nazionale d’Israele, citato a più riprese nel ricorso per genocidio presentato dal Sudafrica dinanzi alla Corte internazionale di giustizia; nonché un dirigente di Swiss Innovation Forces, l’agenzia per l’innovazione dell’esercito svizzero, interamente detenuta dalla Confederazione.
Transparency Suisse definisce questa riconversione «potenzialmente problematica», deplorando l’assenza di regole che disciplinino questo tipo di passaggio attraverso le porte girevoli. La formula è talmente prudente da risultare quasi eufemistica. Ciò che è accaduto rientra in una logica di porte girevoli tra i vertici dell’apparato federale di sicurezza e una nebulosa di interessi militaro-finanziari israeliani. Transparency lo dice implicitamente: se la società in questione fosse russa, non ci si limiterebbe certo a formule prudenti.
La questione dell’influenza esterna
Dire che la direttrice di Fedpol «obbedisse al Mossad» sarebbe un’affermazione estremamente grave. Occorrerà inoltre indagare a fondo sulla reale infiltrazione dei servizi di intelligence israeliani all’interno dell’apparato dello Stato federale. Ma ciò che i fatti consentono di porre, senza cadere nella speculazione, è la questione di un conflitto d’interessi strutturale: un’alta funzionaria dalle simpatie filo-israeliane documentate, sottoposta alla pressione di un eletto dalle medesime posizioni, prende da sola una decisione contraria al parere unanime dei propri servizi, prima di entrare, tre mesi più tardi, nel consiglio consultivo di una società israeliana attiva nella sicurezza. La giustizia penale, ora investita del caso, dovrà stabilire se questa traiettoria sia frutto di una coincidenza o di qualcosa di più organizzato.
La questione strutturale è diversa ed è ancora più urgente. Esiste una prassi ben documentata negli ambienti dell’intelligence vicini a Israele: la trasmissione di informative riguardanti personalità svizzere, arabe, palestinesi o filo-palestinesi, nelle quali le loro attività militanti o giornalistiche vengono presentate sotto una prospettiva di sicurezza. Tali informative circolano nei canali bilaterali di cooperazione tra servizi d’intelligence, senza che la loro origine sia necessariamente indicata né la loro attendibilità verificata in modo indipendente. Il rapporto parlamentare del novembre 2025 sottolinea che i dossier di Fedpol «forniscono soltanto informazioni molto sommarie» sulle ragioni che hanno portato al cambiamento di rotta successivo al primo rifiuto e che «la sequenza degli eventi non è sufficientemente tracciabile». È proprio questa lacuna documentale a rendere legittimo interrogarsi sull’eventuale esistenza di un’influenza esterna: se la decisione fosse stata motivata da nuovi elementi di sicurezza, concreti e fondati, tali elementi avrebbero dovuto lasciare una traccia. E invece non è così.
Da dove Mario Fehr traeva i suoi pregiudizi nei confronti di Ali Abunimah, un giornalista incensurato le cui opinioni erano state ritenute dagli stessi servizi federali pienamente tutelate dalla libertà di espressione? Su quali contatti, su quale competenza o su quali «informazioni» trasmesse al di fuori dei canali ufficiali si fondava il suo giudizio? Sono precisamente queste le domande cui l’inchiesta penale dovrà rispondere. E che anche il Parlamento dovrebbe porsi.
Ignazio Cassis, la lobby e la neutralità in discussione
La questione dell’influenza israeliana non si pone soltanto sul piano della sicurezza. Essa raggiunge anche i vertici dell’esecutivo. Trentotto parlamentari svizzeri fanno parte di un gruppo di amicizia Svizzera-Israele legato all’Associazione Svizzera-Israele (ASI), il cui obiettivo statutario dichiarato è quello di «rappresentare le posizioni israeliane nei settori della politica, dell’economia, della società e della cultura». Ignazio Cassis ne è stato vicepresidente per sei anni prima della sua elezione in Consiglio federale. Non si tratta di un semplice rapporto di amicizia personale, bensì di una struttura organizzata di influenza politica, che prevede viaggi in Israele a ogni legislatura e contatti regolari con la Knesset e con l’ambasciata israeliana.
Questo passato contribuisce a illuminare la politica del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) dopo il 7 ottobre 2023. Cassis ha rifiutato di riconoscere lo Stato di Palestina, ha respinto l’uso del termine «genocidio» e ha mantenuto le forniture di armamenti a Israele in virtù di un accordo del 2013, nonostante ventidue Paesi chiedessero che gli aiuti umanitari fossero gestiti da organizzazioni non governative e non dall’esercito israeliano. Nel giugno 2025 ha inoltre respinto l’appello di 250 collaboratori del DFAE che chiedevano una condanna delle ripetute violazioni del diritto internazionale umanitario. Decine di ex diplomatici svizzeri, in una lettera aperta, hanno denunciato una politica estera in contrasto con gli obblighi della Confederazione. Nel febbraio 2026, venticinque avvocati svizzeri hanno presentato alla Corte penale internazionale una denuncia per complicità nei crimini commessi a Gaza. L’ammissibilità giuridica di tale iniziativa è oggetto di dibattito; la sua stessa esistenza testimonia tuttavia la distanza percepita da alcuni tra la politica perseguita e le Convenzioni di Ginevra, di cui la Svizzera è Stato depositario.
Il meccanismo della demonizzazione
Il caso Abunimah non costituisce un episodio isolato. Si inserisce in uno schema che si ripete ogni volta che una voce palestinese o filo-palestinese si appresta a prendere la parola in Svizzera: prima ancora di qualsiasi dibattito sul merito, alla persona presa di mira viene attribuita l’etichetta di antisemita o di islamista, privando preventivamente di legittimità le sue argomentazioni e costringendo chi l’ha invitata a giustificare la propria scelta.
La visita dell’eurodeputata Rima Hassan a Palazzo federale, il 15 giugno scorso, ne rappresenta un esempio recente. Carlo Sommaruga ha osservato che l’eurodeputata è oggetto, «come molte altre persone che difendono apertamente la causa palestinese, di pressioni da parte della rete di sostegno a Israele». La frattura è emersa anche all’interno della sinistra svizzera: gli eletti della Svizzera romanda hanno partecipato all’incontro, mentre i socialisti della Svizzera tedesca vi hanno rinunciato; molti di loro hanno ammesso che «chi si esprime troppo apertamente sulla questione palestinese viene attaccato dalla stampa, o addirittura accusato di antisemitismo». Non si tratta di una differenza culturale tra Svizzera romanda e Svizzera tedesca, bensì dell’efficacia misurabile di una strategia discorsiva che impone ai suoi oppositori un costo politico sufficientemente elevato da indurli all’autocensura.
La necessità di un audit
L’insieme di questi elementi richiede una risposta sul piano istituzionale. In Svizzera non esiste un equivalente del Foreign Agents Registration Act statunitense, né una commissione d’inchiesta permanente incaricata di vigilare sull’influenza di potenze straniere all’interno dell’apparato federale. La cooperazione tra il SIC, Fedpol e i servizi d’intelligence esteri – compresi quelli israeliani – non è soggetta a un obbligo sistematico di trasparenza nei confronti del Parlamento. Inoltre, non sono mai stati formalizzati meccanismi di garanzia che consentano di distinguere un’allerta di sicurezza fondata da un’informativa orientata da finalità di influenza politica.
Si impone pertanto un audit parlamentare indipendente, non per ostilità nei confronti di Israele, ma perché nessuna democrazia può funzionare correttamente se le proprie istituzioni di sicurezza sono permeabili ad agende straniere non dichiarate. Lo stesso principio dovrebbe valere per qualsiasi altro Stato: Russia, Cina, Arabia Saudita. Israele non può costituire un’eccezione.
La Svizzera è lo Stato depositario delle Convenzioni di Ginevra, la patria del diritto internazionale umanitario e il Paese che ospita negoziati di pace provenienti da tutto il mondo. Eppure, i suoi stessi servizi hanno arrestato un giornalista per strada, lo hanno incarcerato senza alcuna imputazione, lo hanno espulso per impedirgli di parlare di un presunto genocidio, sulla base di pressioni non documentate e di una decisione gerarchica dalle motivazioni opache, nel quasi totale silenzio dei principali mezzi di informazione. Il paradosso è profondo. Ali Abunimah è tornato. Ha preso la parola. Prosegue la sua battaglia giudiziaria. Ma è la democrazia svizzera che deve interrogare sé stessa, non un giornalista americano a doverlo fare al suo posto. Una commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Abunimah non rappresenta un’opzione tra le altre: è un’esigenza democratica.